ADHD: invenzione o realtà?

Pubblicato da Sara Ruggeri il giorno 04 September 13
L’ipotetica intervista a Leon Eisenberg

Negli ultimi mesi si è assistito in rete ad una accanita battaglia fra “sostenitori” e “detrattori” dell’ADHD scatenata in seguito alla notizia che lo psichiatra statunitense Leon Eisenberg avrebbe definito l’ADHD come “primo esempio di malattia fittizia”.

Come in tutte le occasioni ritengo indispensabile conoscere i fatti prima di esprimere un parere, motivo per cui ho cercato di documentarmi rintracciando innanzitutto l’intervista originale contenente la frase incriminata. Diversi articoli italiani ed internazionali hanno riportato che l’intervista sarebbe apparsa sul settimanale tedesco Der Spiegel e sarebbe stata rilasciata dal medico sette mesi prima della sua morte. Dalle ricerche effettuate in rete sembrerebbe che ciò a cui si fa riferimento non è un’intervista al medico, bensì un articolo che contiene citazioni a lui attribuite ma non riferimenti o rimandi alla provenienza di tali virgolettati. Nell’articolo è possibile leggere che Eisenberg definirebbe l’ADHD come “primo esempio di malattia inventata” e sosterrebbe poi la presenza di una sopravvalutazione della predisposizione genetica dell’ADHD. Nello stesso articolo allo psichiatra sarebbe attribuita la paternità del disturbo e sarebbe inoltre lui stesso a sorprendersi della popolarità della propria invenzione.

Noi vs Voi

L’articolo appare apertamente critico nei confronti di quella che da molti viene considerata una ormai crescente e ingiustificata medicalizzazione di diverse forme di disagio emotivo e relazionale e, a supporto di tale tesi, fornisce questo parere illustre, ma di difficile verificabilità.

La presenza di concetti legati all’invenzione o alla paternità di una condizione di disagio denunciano un approccio estremamente superficiale al tema, cosa che non appare giustificabile neanche all’interno di un settimanale non specializzato proprio per l’importanza e delicatezza di quanto trattato.

Il tono critico dell’articolo nei confronti della patologizzazione del disagio segue un filone che negli ultimi anni appare molto sentito e che sottende secondo il mio parere la sempre presente lotta fra schieramenti: me-te, noi-voi, poveri-ricchi, onesti-approfittatori, con una escalation che a partire dal riconoscimento di una condizione (diversità), giunge al giudizio di valore (io sono migliore di te) ed infine ad un punto di scontro improduttivo (investo le mie energie contro di te). L’improduttività di tale forma di confronto rischia nella maggior parte dei casi di tradursi in danno, come nel caso specifico, nel quale il portatore della condizione di disagio non viene considerato se non come pretesto per lo scontro.

Cosa accade nella pratica clinica

Rispetto alla questione ADHD qualsiasi buono specialista è a conoscenza del fatto che l’etichetta diagnostica, ovvero il nome attribuito alla condizione, allo stato attuale delle conoscenze in materia psicologica, è un indicatore relativo ad una certa area del comportamento e che le sue manifestazioni, lungi dall’essere uguali per tutti, devono essere considerate solo e soltanto nel caso in cui arrechino un profondo disagio alla persona interessata e/o a chi condivide la vita con lei. La presenza di un disturbo, in parole povere, può essere riconosciuta solo nel momento in cui “disturba” in modo osservabile l’individuo ed ovviamente sono i diretti interessati a richiedere il supporto di uno specialista proprio perché tale condizione arreca sofferenza.

Questo aspetto è così centrale che qualsiasi manuale diagnostico fa riferimento alla presenza di disagio come conditio sine qua non per la diagnosi e sottolinea la necessità di una valutazione clinica che passi per una approfondita osservazione e, nel caso specifico dell’ADHD, del riconoscimento di questi sintomi in diversi contesti di vita e non solamente a casa, o a scuola e per un lasso di tempo sufficientemente lungo da caratterizzarsi come stabile. Vi è inoltre da sottolineare che nonostante le evidenze legate ad una base neurobiologica del disturbo, non è al momento possibile effettuare una diagnosi certa con nessuna indagine di tipo medico (RM, RMF, EEG, ecc). Dunque se la domanda riguarda l’esistenza o meno di un disagio, la risposta risulta legata alla percezione dell’individuo interessato e alle osservazioni effettuate poi dallo specialista e, nel caso dell’ADHD, dall’équipe di specialisti.
Questa riflessione, per alcuni forse scontata, non ha lo scopo di banalizzare o ignorare l’importanza del dibattito presente ormai da anni rispetto ai rischi legati all’etichettamento della condizione, siano essi sociali, economici o politici, ma di evidenziare come la conoscenza della materia e della sua complessità rappresenti l’unico vero antidoto contro prese di posizione mosse dall’idealismo e dal desiderio di contraddire o polemizzare più che di apportare un reale miglioramento della condizione attuale, soprattutto delle persone direttamente interessate.

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